Due tecnologie, due secoli di distanza

La macinazione a pietra è la tecnica più antica per trasformare i cereali in farina. Le macine circolari in pietra naturale — granito, selce, pietra arenaria — sono documentate in tutto il Mediterraneo a partire dall'VIII–VII secolo a.C. La macinazione industriale a cilindri è invece un'invenzione dell'Ottocento: la prima fabbrica che adottò sistematicamente i cilindri metallici fu un mulino di Budapest nel 1865, e il sistema si diffuse in tutta Europa entro il 1900.

Oggi, la quasi totalità della farina prodotta industrialmente — in Italia come nel resto d'Europa — proviene da mulini a cilindri. La produzione a pietra rappresenta una quota marginale del totale, ma ha conosciuto una crescita sostenuta negli ultimi dieci anni in coincidenza con l'aumento della domanda di farine biologiche e di prodotti da forno artigianali.

Il processo a pietra: velocità, temperatura, attrito

In un mulino a pietra, il chicco di grano viene inserito tra due macine circolari: la pietra inferiore è fissa (detta "dormiente"), quella superiore ruota (detta "corrente"). La distanza tra le due macine — regolata dal mugnaio in base al tipo di grano e alla granulometria desiderata — determina la finezza della farina.

La velocità di rotazione è limitata: i mulini ad acqua tradizionali girano tra 80 e 120 giri al minuto; quelli moderni a pietra arrivano a circa 400 giri al minuto. A queste velocità, la temperatura della farina durante la lavorazione rimane contenuta — generalmente tra 25 e 40°C. Questa è la condizione chiave per preservare le frazioni termolabili del chicco: germe, acidi grassi, vitamine liposolubili.

Macinazione manuale tradizionale del grano in pietra
Macinazione tradizionale del grano con macine manuali in pietra. Fonte: PikiWiki Israel / Wikimedia Commons (CC BY 2.5)

Il processo industriale a cilindri: efficienza e separazione

Il mulino a cilindri industriale funziona secondo un principio diverso: coppie di rulli metallici scanalati comprimono il chicco e separano progressivamente le componenti — endosperma (amido), crusca e germe — in flussi distinti. Il processo avviene in più passaggi successivi (diagramma di macinazione), con setacciatura intermedia tra un passaggio e l'altro.

I cilindri ruotano a velocità elevate, con temperatura del prodotto che può raggiungere i 60–90°C nei passaggi più aggressivi. Queste temperature degradano parzialmente le vitamine termolabili (gruppo B, E) e denaturano alcune frazioni proteiche del germe. Il vantaggio del processo è la capacità di produrre farine bianche molto raffinate (tipo 00, tipo 0) con rese elevate e costi contenuti per tonnellata.

Granulometria a confronto

La granulometria — cioè la distribuzione delle dimensioni delle particelle di farina — è diversa nei due processi. Uno studio pubblicato dall'Università di Milano (2022) ha analizzato farine integrali prodotte con entrambe le tecnologie:

  • Macinazione a pietra: distribuzione eterogenea, con particelle prevalentemente tra 315 e 710 micrometri; assenza di particelle molto fini e di particelle molto grosse in proporzioni estreme
  • Macinazione a cilindri: distribuzione bimodale, con due picchi — particelle molto grandi (oltre 1.000 micrometri) e particelle molto fini (sotto 250 micrometri) — con poca presenza nella fascia intermedia

Questa differenza ha effetti sulla lavorazione in panificazione: la farina a pietra, con granulometria più uniforme, assorbe acqua in modo più omogeneo durante l'impasto, con tempi di idratazione più prevedibili. La farina industriale integrale — prodotta riaggiungendo la crusca separata alla farina bianca — mostra invece un comportamento meno uniforme durante la fermentazione.

Composizione nutrizionale: cosa rimane e cosa viene perso

La macinazione a pietra, non separando le componenti del chicco, produce una farina integrale o semintegrale in cui sono presenti:

  • Crusca: fonte di fibre insolubili e solubili, minerali (ferro, zinco, magnesio), vitamine del gruppo B
  • Germe: fonte di vitamina E, acidi grassi insaturi, phytosteroli, proteine biologicamente attive
  • Endosperma: amido, gliadine e glutenine (le proteine del glutine)

La farina integrale a pietra contiene circa il 400% più fibre alimentari rispetto alla farina tipo 00 e circa il 13% meno carboidrati netti. Questi dati, rilevati dall'analisi comparativa pubblicata da Farina Petra (Molino Quaglia), si riferiscono a farine prodotte dallo stesso lotto di grano con i due metodi.

Qualità panificatoria: risultati nei test

Sul piano pratico della panificazione, le differenze più rilevanti riguardano:

  • Fermentazione: le farine a pietra tendono a fermentare più lentamente a causa della presenza del germe (che contiene enzimi lipossigenasici con effetti ossidativi sul reticolo glutinico); questo richiede tempi di lievitazione più lunghi o temperature più controllate
  • Volume del pane: il pane da farina a pietra integrale ha volume specifico leggermente superiore nei test standardizzati, ma struttura alveolare meno uniforme
  • Shelf life: la presenza di acidi grassi nel germe rende la farina a pietra più deperibile; i tempi di conservazione raccomandata sono 2–3 mesi contro i 12–18 mesi delle farine raffinate industriali

La scelta del tipo di farina nei forni artigianali italiani

Negli ultimi anni, una parte significativa dei forni artigianali italiani ha introdotto farine a pietra nelle produzioni di pane a lievitazione naturale. La motivazione principale non è esclusivamente nutrizionale: molti panificatori citano la maggiore complessità aromatica delle farine a pietra — attribuita alla presenza del germe e delle sue frazioni enzimatiche — come fattore determinante nella scelta. Le farine integrali a pietra da grani antichi come il Senatore Cappelli, il farro monococco o il Russello siciliano producono pani con note aromatiche riconoscibili e diverse rispetto ai pani da farine raffinate.

Fonti e riferimenti